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Fast fashion significa, letteralmente, moda veloce.
Tra le aziende più conosciute della fast fashion troviamo: H&M, Zara, Primark, Benetton, Mango.
La fast fashion è una moda usa e getta, a basso costo, che crea nel consumatore una sensazione di bisogno, il desiderio quasi impellente di dover acquistare quel nuovo capo di abbigliamento perché, tanto costa poco!
Perché accade questo?
Ogni anno vengono prodotte circa 50 micro-collezioni, nella pratica circa ogni settimana ci sono nuovi capi d’abbigliamento.
In questo modo il consumatore è invogliato a recarsi più spesso in negozio per visionare le ultime novità oppure ad acquistare online.
Ovviamente aumenta la possibilità che ogni singolo capo sia utilizzato pochissime volte e poi abbandonato sul fondo dell’armadio oppure gettato.
Con il fenomeno della fast fashion la produzione dei capi di abbigliamento è quasi raddoppiata ed è previsto un ulteriore aumento da qui al 2030.
Questo ci fa purtroppo capire che continua ad esserci domanda per capi d’abbigliamento di bassa qualità e a basso costo.

Foto generata con AI
”È difficile resistere al buon affare, ma fast fashion significa che noi consumiamo e gettiamo i vestiti più velocemente di quanto il pianeta possa sopportare”, lo sottolinea Kirsten Brodde della campagna Detox my Fashion di Greenpeace.
Fast fashion:
Inquinamento ambientale
Nazioni Unite: << La Fast fashion inquina. Emergenza ambientale >>
Il settore della moda fa parte delle industrie più inquinanti al mondo.
Secondo ASviS e Greenpeace si trova al secondo posto del podio per impatto ambientale. Tuttavia, è importante sottolineare che alcune classifiche si differenziano tra di loro perché cambiano i criteri considerati. È quindi possibile leggere articoli che la posizionano al terzo posto.
Ma vediamo perché è inquinante:
- Uso di sostanze tossiche dannose per la tintura dei capi, che vengono poi riversate nelle acque. Un danno non solo per gli organismi acquatici ma anche per le comunità locali. Si tratta di metalli pesanti, solventi, formaldeide, ftalati, coloranti.
Secondo uno studio dell’Associazione italiana Tessile e Salute, circa il 7-8% delle patologie dermatologiche è attribuito agli indumenti che indossiamo. - Impiego di alte percentuali di fibre sintetiche derivate dal petrolio (poliestere, nylon, acrilico) che disperdono microplastiche ad ogni lavaggio.
- Elevato consumo di acqua e suolo (ad esempio nel caso del cotone).
- Maggiore produzione di gas serra (anidride carbonica, metano, biossido di azoto, clorofluorocarburi).
- Aumento dei rifiuti tessili. Ogni anno superano i 92 milioni di tonnellate e non si tratta solo di prodotti usati ma, in buona parte, sono capi invenduti che devono fare spazio alle nuove collezioni. Molto spesso questi capi vengono bruciati perché una quantità così elevata è davvero difficile da smaltire.
Sfruttamento sociale e mancata tutela
I marchi della fast fashion producono in paesi in via di sviluppo (Bangladesh, India, Cambogia, Indonesia, etc.) dove i lavoratori, soprattutto donne, vengono sfruttati, subiscono violenze fisiche e psicologiche e sono sottopagati.
Un report di Clean Clothes Campaign, basato sull’analisi di 490 buste paga di lavoratori in Cina, India, Indonesia, Ucraina e Croazia, evidenzia che nessun marchio paga un salario dignitoso ai propri lavoratori. A causa poi della pandemia la situazione è ulteriormente peggiorata.

Foto generata con AI
“Il mio lavoro è estenuante. Lavoro 18 ore al giorno. Molte lavoratrici non riescono a raggiungere l’obiettivo di produzione e vengono licenziate. Devo lavorare sodo per raggiungere l’obiettivo e mantenere il mio lavoro”.
Testimonianza raccolta da Clean Clothes Compaign.
Anche dal punto di vista della salute non ci sono tutele di alcun tipo. I lavoratori sono costretti a toccare e respirare le sostanze tossiche che vengono utilizzate per la tintura dei capi. Moltissimi si ammalano e in alcuni casi muoiono, anche giovani.
I lunghi orari di lavoro a cui devono sottostare e le posizioni che devono assumere per ore e ore possono portare a malattie invalidanti ma non è riconosciuto nessun indennizzo.
Fast fashion e greenwashing
Cosa significa greenwashing?
In modo molto semplice significa “pennellata verde”.
Attraverso studiate operazioni di marketing, molte aziende della fast fashion cercano di convincere i consumatori della loro sostenibilità, senza che ciò corrisponda al vero.
Riporto un estratto della Direttiva 2005/29/CE della Commissione Europea:
“ Quando tali asserzioni non sono veritiere o non possono essere verificate, la pratica è di frequente definita «greenwashing», ovvero appropriazione indebita di virtù ambientaliste finalizzata alla creazione di un’immagine verde”.
Il greenwashing può riguardare tutte le pratiche commerciali messe in atto dalle aziende nei confronti dei consumatori. Queste pratiche possono comprendere affermazioni, informazioni, simboli, loghi, elementi grafici, ma anche colori utilizzati sull’etichetta, nelle pubblicità, nei siti internet e sui canali social.
A marzo 2024 è stata pubblicata la Direttiva aggiornata (UE) 2024/825: entro il 2026 tutte le aziende dovranno dimostrare trasparenza e le loro dichiarazioni dovranno essere verificabili. Le norme saranno applicabili a partire dal 27 settembre 2026.
Troppo spesso i consumatori vengono tratti in inganno da claim generici come: green, amico dell’ambiente, naturale, oppure l’uso di packaging ed etichette con scritte verdi.
Nel caso della fast fashion le false dichiarazioni sono dietro l’angolo.
Le normative sono importanti e spero verranno pienamente applicate ma io credo molto nella forza del consumatore informato, capace di scegliere consapevolmente.
Multa da 1 milione di euro per Shein
L’autorità garante della concorrenza e del mercato italiano (AGCM) ha multato Shein per aver diffuso informazioni fuorvianti in merito all’impatto ambientale dei suoi prodotti. In particolare in merito alla collezione EvoluShein by Design.
Leggi di più qui.
Annunci pubblicitari vietati per Nike, Lacoste e Superdry
L’Advertising Standards Authority (ASA) del Regno Unito ha vietato un annuncio Google a ciascuna azienda dichiarando che le informazioni sui materiali sostenibili e gli slogan utilizzati erano fuorvianti.
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Accuse di Greenwashing per i noti brand di fast fashion
Brand come Benetton, Calzedonia, Intimissimi, H&M e Zara sono stati accusati di Greenwashing per la loro presunta sostenibilità attraverso l’uso improprio di termini come “eco”, “green”, “care”.
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Sostenibilità in breve
Quando cerchiamo la sostenibilità nel mondo della moda non dobbiamo limitarci al tessuto ma è necessario guardare l’insieme.
Dobbiamo pensare in modo circolare: dalla produzione allo smaltimento.
Un’azienda che produce in modo sostenibile cerca di ridurre al minimo il suo impatto ambientale limitando il consumo di acqua e di energia ed evitando la dispersione di sostanze tossiche nell’ambiente.
Dal punto di vista sociale tutela i lavoratori garantendo salari adeguati, sicurezza sul lavoro e i diritti fondamentali.
Quindi, cosa possiamo fare nel nostro piccolo?
Acquistare meno e meglio. Acquistare capi di cui abbiamo veramente bisogno scegliendo la qualità e non il prezzo, scegliendo di acquistare 2 capi invece di 5.
Anche scegliere capi di seconda mano è un’ottima soluzione per ridurre sprechi e rifiuti.
Concludo dicendo che sono i consumatori a stabilire le regole del mercato.
Se non c’è domanda non può esserci offerta.
A presto,
Giada
